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Introduzione

Un articolo di introduzione alla finanza comportamentale.

 

Storicamente le teorie economiche hanno dato per scontato che gli agenti economici siano perfettamente razionali. Ciò significa che nel prendere una decisione dovrebbero essere egoisti, pienamente informati e capaci di comprendere gli esiti associati a ciascuna alternativa disponibile (von Neumann & Morgenstern, 1947). In altre parole, le teorie della scelta economica propongono l’esistenza di un agente economico astratto (homo economicus) che si comporta in modo differente da quello che fanno le persone reali. Tale differenza di comportamento risiede principalmente nel fatto che l’uomo economico viene definito come un essere dotato di una razionalità perfetta, mentre l’essere umano reale è un essere umano contraddistinto da quella che, da un punto di vista economico, può essere definita come “razionalità limitata” (Simon, 1982). La razionalità limitata dipende principalmente dalle caratteristiche del nostro sistema cognitivo e dalla limitatezza delle sue risorse. In particolare, gli individui dispongono di limitate risorse attentive; non sono, quindi, in grado di trattare e considerare allo stesso tempo un numero infinito di informazioni e devono fare una selezione tra le informazioni da utilizzare al momento della presa di decisione e quelle da tralasciare perché poco rilevanti.

Tuttavia, la ricerca condotta dagli psicologi cognitivi ha rivelato che la selezione delle informazioni non viene fatta sulla base di un valore oggettivo di importanza dei dati presi in considerazione ma secondo delle regole di tipo intuitivo (Gilovich, Griffin & Kahneman, 2002; Tversky & Kahneman, 2002). Per questa motivo quando si parla di scelte degli investitori è sempre più importante l’analisi del versante psicologico oltre che quella degli aspetti economici.

Da questa interazione tra psicologia ed economia è nato un campo di ricerca interdisciplinare che prende il nome di finanza comportamentale (Zweig, 2007; Peterson, 2007; in italiano: Rigoni, 2006; Legrenzi, 2006; Rubaltelli, 2008). Come dice il nome stesso questo approccio allo studio degli investimenti è multidisciplinare e non si pone come obiettivo la sostituzione delle teorie finanziarie classiche. Piuttosto, l’obiettivo è quello di integrare queste teorie con le più recenti ricerche relative a come le persone trattano le informazioni per arrivare a prendere una decisione. Si tratta di un campo di ricerca la cui rilevanza è ampiamente riconosciuta al di fuori dell’Italia. Negli Stati Uniti la finanza comportamentale viene regolarmente insegnata nei corsi universitari delle più prestigiose business school e le più note banche d’affari del mondo si sono dotate di unità di ricerca composte tra gli altri anche da esperti di finanza comportamentale (sia psicologi sia economisti).

In Italia, la finanza comportamentale ha cominciato a farsi spazio solamente negli ultimo anni dopo che Daniel Kahneman è stato insignito del Premio Nobel nel 2002. A partire dagli anni ’70 Kahneman ha rivoluzionato lo studio della psicologia della decisione ed in particolare delle decisioni in condizioni di incertezza (Tversky & Kahneman, 1974; Kahneman & Tversky, 1979; Kahnamen & Tversky, 2002). In particolare, Kahneman e Tversky sono gli autori della Teoria del Prospetto ovvero il modello teorico di riferimento all’interno del campo della psicologia della decisione. Questo modello afferma, tra le altre cose, che le persone non si conformano alla teoria dell’utilità attesa poiché piuttosto che ragionare in termini di risultati assoluti ragionano in termini di risultati relativi. Infatti, ogni decisione viene presa in base ad un punto di riferimento (status quo) che è rappresentato, generalmente, dalla condizione nella quale si trova l’individuo al momento della decisione. Una proprietà fondamentale di questo punto di riferimento è quella di modificarsi nel tempo, di conseguenza prendere la stessa decisione oggi o tra un anno non è la stessa cosa, anche se il risultato atteso è immutato, dal momento che con tutta probabilità il punto di riferimento utilizzato per valutare i possibili esiti in dodici mesi si è modificato. Ciò che può sembrare un cattivo investimento oggi, potrebbe sembrare un grande affare tra un anno se nel frattempo il mio portafoglio ha perso valore.

Un’importante implicazione del concetto di punto di riferimento è quella che gli outcome di una decisione possono essere giudicati in termini di guadagno o di perdita. Tutto ciò che cade al di sotto del punto di riferimento viene giudicato come una perdita, mentre i risultati che permettono di spostare il punto di riferimento verso l’alto sono giudicati come dei guadagni. A sua volta, una simile impostazione implica quella che Kahneman e Tversky hanno definito “avversione alla perdita”. Questo concetto serve a descrivere il fatto che le persone non sono stabilmente propense o avverse al rischio. La maggior parte degli investitori sono propensi al rischio quando sono in un frame di perdita (per questo non vendono i titoli che sono in perdita; Shefrin & Statman, 1985); al contrario, però, questi stessi investitori sono solitamente avversi al rischio quando stanno guadagnando. Non a caso vendono molto alla svelta i titoli che guadagnano per monetizzare prima che si verifichi un’inversione dei rendimenti (Shefrin & Statman, 1985).

Infine, i lavori pioneristici di Kahneman e Tversky hanno permesso di dare il via al filone di ricerca sulle euristiche e distorsioni del ragionamento. Negli ultimi trent’anni, questo filone di ricerca ha permesso di dimostrare in modo piuttosto chiaro le limitazioni del nostro funzionamento cognitivo (Gilovich, Griffin & Kahneman, 2002). Queste ricerche hanno permesso di dimostrare che quando le persone devono calcolare le probabilità di accadimento di un evento (per esempio, il rendimento di un titolo azionario), non utilizzano i principi della statistica ma delle valutazioni di tipo intuitivo. In altre parole, valutano quanto l’azienda gli sembra ben gestita, quanto spesso in passato il titolo ha subito delle perdite ingenti ecc. Tuttavia, nel far questo gli investitori vengono traditi dalle loro reazioni emotive che sono collegate alle esperienza fatte in passato oppure agli stereotipi ed alle impressioni che si sono creati riguardo a determinati titoli o interi settori industriali (Zweig, 2007: Slovic et al., 2002).

Grazie a questi due importanti filoni di ricerca (teoria del prospetto ed euristiche del ragionamento) Kahneman ha dato alla psicologia le basi ed i mezzi per integrarsi con la finanza in un modo in precedenza impensato. Come detto la finanza comportamentale è oramai una realtà accettata ed apprezzata nel mondo anglosassone e nei paesi del nord Europa. In Italia ha incontrato forti resistenze, ma si sta ritagliando lo spazio che merita dal momento che nello studio delle decisioni di investimento non si può prescindere dall’analisi del funzionamento cognitivo del investitore.

Per concludere, la finanza comportamentale si sta evolvendo velocemente ed ora ha cominciato ad affrontare nuove importanti tematiche come quella delle decisioni e strategie di investimento degli investitori istituzionali (Shefrin, 2005). Si è recentemente sviluppata anche un’interessante collaborazione con il mondo delle neuroscienze grazie allo sviluppo delle metodologie di scannig del funzionamento cerebrale come la risonanza magnetica. Di conseguenza, si può affermare che il futuro della finanza comportamentale è destinato ad altre importanti scoperte così come allo sviluppo di importanti strumenti applicativi destinati ad aiutare gli investitori ad ottenere il meglio dai loro investimenti.

Dott. Enrico Rubaltelli